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Questo bel quadro di Egon Schiele mostra un abbraccio: quello di un uomo, a noi invisibile, che stringe alla vita una donna, quasi incorporea.

Lei – per così dire – non c’è, pare un fantasma.

L’unica concretezza è quella delle mani di lui: mani brutte, tormentate, forse sanguinolente, che lasciano immaginare un lavoratore povero, un operaio forse colpito dal gelo.

Eppure quelle mani sono la sola verità umana, reale, sofferta dell’intera opera: carne, calli, duroni, ferite, fatica, dolore. E forse amore: comunque contatto, unione, fisicità.

Potrebbe essere un’opera di denuncia della disuguaglianza sociale: un incontro tra una borghese evanescente e un proletario assai malmesso, con una brutalità alla Grosz.

Ma forse evoca qualcos’altro, che non comprendiamo.

Ma un punto è chiaro: certamente la carne ‘dice’, parla, comunica; di più, racchiude un’anima, racconta una storia (a me vengono in mente le mani inchiodate e straziate del Cristo in croce).

Si parla spesso di linguaggio del corpo, non verbale: questo mi pare un buon esempio di come un gesto senza parole riesca a coinvolgerci e a turbarci.

 

Credits: Egon Schiele


Enrico Finzi, 7 Gennaio 2021

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