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4 strategie contro l’impotenza

Ho scritto il testo che segue poco prima del ‘tutti a casa’ ordinato dal governo. Lo pubblico lo stesso, anche perché credo che gli inviti alla compotenza solidale che si prende cura dell’altro e al cambio di sguardo siano più che mai attuali.

 

C’è una sensazione negativa alla base dell’attuale immenso scontento collettivo e individuale, in ogni ambito: dalla politica all’amore e alla vita di coppia, dal lavoro (o non lavoro) alle multiformi famiglie sino alla salute.
È la sensazione o – peggio – la certezza dei singoli e dei gruppi sociali di essere bloccati in un vicolo cieco, senza poter procedere e spesso senza poter neppure tornare indietro.
È, in sostanza, la percezione di impotenza, di non poter scegliere e agire, di essere privi di ogni capacità di incidere sulla realtà. In altre parole, di essere bloccati, reclusi, inattivati, divenuti inabili a essere sé stessi e a cambiare la propria condizione.

Di qui la rabbia, l’aggressività che non può essere incanalata positivamente, la depressione esistenziale, talora la follia cosiddetta irrazionale (in realtà sensata conseguenza della convinzione di non avere vie d’uscita).
La diffusione dilagante di tale gomitolo aggrovigliato di ragioni e di emozioni invalidanti deve essere contrastata, se vogliamo ridivenire più sicuri e sereni, più realizzati e realizzativi.
Come? Non esiste un unico Viagra o Cialis per combattere tale senso di impotenza, che nulla ha a che fare con l’insufficienza erettile maschile. Ma quattro ‘ricette’ sì.

 

La prima è la compotenza. Attenzione, non la competenza, il sapere il cosa (what) e il come (how) fare. No, proprio la potenza, il poter fare, con: insieme ad altri.
Capita spesso di sentire di non farcela a tirarci fuori da un vicolo cieco, a scalare una montagna, a trovare la via per uscire da un labirinto. Ebbene, in molti casi, è utile unire le proprie scarse forze con donne e uomini diversi da noi, allearsi, procedere in cordata.
I motivi sono quattro.
1) L’unione fa la forza: accomunare varie debolezze vuol dire accrescere la massa d’urto.
2) Agire con altri espande l’intelligenza creativa che mettiamo in campo (ricordate i ragazzi della via Pal?).
3) Il gruppo, se motivato e coeso, aumenta la resilienza dei singoli membri, cioè la loro capacità di resistere alle pressioni e alle minacce, alla paura e alla disperazione.
4) L’azione collettiva, specie se consapevole e organizzata, aumenta l’autostima e l’efficacia di ciascuno, trasformando gli ii (plurale di io) in noi.
Niente di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno. Certo, 120 anni di psicologia sociale e di sociologia dei gruppi non sono passati invano. E Gramsci sul tema scrisse pagine insuperate 9 decenni fa. Ma l’era dell’iper-individualismo, reso oggi perverso dai social media, ha semi-distrutto l’etica e la pratica del ‘co’ e del ‘con’. Perciò è utile – muovendo il pendolo in senso opposto – ritornare alla cooperazione tra umani, anche contro l’impotenza.

 

Sempre a proposito di soluzioni contro l’impotenza, il senso di blocco, il ‘cul de sac’, ecco un’altra ricetta: l’aggiramento dell’ostacolo.
È una pratica vecchia come il mondo, specie nell’arte della guerra: se un ostacolo appare insuperabile, conviene non affrontarlo di petto ma seguire un’altra strada laterale, meglio se imprevedibile. Per intenderci, è il modello seguito sia da Hitler evitando la linea Maginot e invadendo la Francia nel 1940 via Olanda e Belgio, sia dall’Armata Rossa capitanata dal generale Zukov che intrappolò le truppe di von Paulus chiudendole a tenaglia da dietro e dai lati.
Ma c’è un problema: noi umani tendiamo a non usare il pensiero laterale, facciamo fatica a pensare in modo originale, quasi sempre carichiamo frontalmente il nemico (a proposito della seconda guerra mondiale: come gli Alleati a Montecassino), non sappiamo usare la mossa del cavallo come negli scacchi.
Lo sbatter la testa contro il muro appare insensato ma deriva dalla rigidità della mente non aperta, dalla (in)cultura dell’obbedienza, dalla violenza martellante dell’aggressore (come gli Usa in Vietnam).
L’impotenza si vince anche cambiando sguardo e prospettiva, pensando ‘largo’ e ‘contro’ (contro le abitudini, le regole, gli algoritmi).
L’impotenza rende disperati, schiavi, perdenti, sofferenti. La fantasia, la stravaganza, la disobbedienza aiutano a darci potere (potere al singolo e potere al popolo).

 

La terza strategia è quella del depotenziamento di ciò che ci è ostile e ci blocca paralizzandoci.
Depotenziamento non vuol dire attacco parzialmente riuscito, semi-smantellamento di quel che ci frena e ci incastra. No, qui è inteso come modifica della valutazione della sua importanza per noi.
Faccio due esempi. Quello di qualcuno che si sente inabile a combattere ancora col suo partner, ma che insiste nella lotta perdente e infelicitante: perché non ipotizzare di ritirarsi dal rapporto con esso, al posto di incaponirsi ad amarlo e odiarlo insieme, oppure di renderlo meno cruciale nella propria vita?
Perché battere la testa contro il muro per superare con successo – senza riuscirci – l’esame di analisi a Ingegneria, quando si potrebbe accettare un misero 18 oppure passare a un’altra facoltà?
A volte sentirsi potenti e sereni può derivare dal rivedere l’importanza dell’obiettivo, con un nuovo sguardo che ne riduce il rilievo oppure con l’uso dell’arte della fuga.
È la cultura nippo-tedesco-americana quella che ci insegna a tentar di superare ogni prova, a scalare muri sempre più alti. Ma non sempre è una cultura saggia: nella vita rivedere le priorità è una tecnica utile e rasserenante, che vince l’impotenza togliendo rilevanza al ‘nemico’.

 

Infine, la quarta strategia: quella dell’astuzia. Il modello è e sarà sempre quello del cavallo di Troia, inventato dal geniale Odisseo: entrare con uno stratagemma nelle mura di Ilio, approfittando della minore intelligenza e della sicumera dei troiani, malgrado la profezia inascoltata della loro Cassandra.
Questa tecnica ha due varianti: o usare complici (e traditori) acquisiti dentro il campo avversario (corrompendoli o – meglio – condividendo con loro ideali superiori, come nel caso del gruppo di comunisti di Cambridge, divenuti spie convinte dell’Unione Sovietica); oppure entrare con un trucco – come fece Ulisse – nelle fila del nemico per aprirne le porte, per trasformare l’impotenza in vittoria.
Con un’aggiunta: questo tipo di astuzia si fonda su tre capacità. Il vedere oltre gli schemi tradizionali. Il conoscere o intuire i punti di debolezza degli ‘altri’. L’utilizzare lo sberleffo, una forma di ironia non banale, notoriamente preclusa agli idioti (spesso il potere è tale).

De hoc satis, su questo tema mi fermo qui.

 

Credits: Piero Fornasetti


Enrico Finzi, 12 Marzo 2020

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