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Dalla morte al morire

Ne ho parlato circa un anno fa. Parlando di paura della propria morte, dobbiamo distinguere – da un lato – tra quella che riguarda l'”exit”, cioè lo smettere di essere vivo, passando a miglior vita (come pensano i credenti) o diventando polvere senza nient’altro (che è la tesi degli atei); e – dall’altro lato – la paura del percorso che porta alla morte, che ora molti definiscono il fine vita: non il momento della cessazione delle funzioni vitali, ma il processo del morire, che può essere rapido o prolungato nel tempo.

L’esperienza di Sòno mostra che si tratta di ‘cose’ ben diverse. Molti, per esempio, non sono terrorizzati dalla morte, intesa come exit, ma dall’ipotesi di decadere progressivamente, specie se con dolore e con peso per i propri cari.

Il prolungamento della vita umana, la maggior efficacia di molte terapie, lo stesso frequente accanimento terapeutico si muovono tutti in direzione di un lungo morire, quasi di una nuova fase della vita connotata dal lento falciare di Sorella Morte, un tempo più rapida nella sua azione di rapina (in passato si moriva prima e si moriva più in fretta).

Questo secondo terrore sta colonizzando i pensieri e le emozioni di tante persone, anche perché qui non valgono le distinzioni legate alla fede. No, sembra che qui siamo accomunati da una comune, spesso angosciante, previsione d’un probabile ‘mal morire’: un percorso immaginato senza autonomia e talora senza dignità, a carico d’altri, tra farmaci ritardanti e fatica estrema, con dolori contenibili solo dalle terapie palliative che tolgono consapevolezza per sempre più ore al giorno.

È un tema delicato, da affrontare con misura ed empatia. Su esso torneremo presto, indicando qualche modalità per affrontare meglio questo fenomeno inedito, almeno nella sua diffusione: il morire prima del decesso, l’aggiungersi alla classica domanda “cosa ci sarà dopo?” una nuova domanda “cosa ci sarà prima?”.

 

Credits: Caspar David Friedrich


Enrico Finzi, 3 Marzo 2020

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