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Disastri e amore

La frase di Proust che assimila l’amore ai piccoli fiori selvaggi uscenti fuori dalle pietre che selciano certe strade ha una sua poetica verità.

L’amore ha questo di bello, che emerge e si afferma anche nelle condizioni più difficili: è un po’ come il progetto rivoluzionario, che attecchisce pure nei contesti più sfavorevoli, perchè – come diceva Gramsci – entrambi hanno dalla loro la forza del cambiamento.

Lo conferma, col potere dell’arte, l’immagine che accompagna queste righe: due amanti che si abbracciano tra le macerie di una città distrutta (per un bombardamento aereo o per un terremoto, chissà).

La verità è che la vita – quella della natura e quella delle emozioni umane – va sempre contro i disastri, facendo riemergere la pulsione al mutamento, alla costruzione del nuovo.

In effetti, a ben vedere, alla lunga vincono le forze ostili alla morte, cioè alla conservazione, alla stasi, anzi all’entropia che porta alla distruzione. Contro queste agiscono di fatto, oggettivamente, le spinte ‘naturali’ sia a creare la vita sia a modificare strutturalmente la società. Spinte che operano pure nei percorsi di ricerca dell’auto-individuazione, tipici fenomeni di lotta di Eros contro Thánatos.

L’amore è rivoluzionario. E la rivoluzione è anzitutto passione e ricerca del cambiamento. Il che vale pure nell’epoca del coronavirus, premessa di nuovi amori e di inatteso ‘social change’.

 

Credits: Beppe Giacobbe


Enrico Finzi, 19 Maggio 2020

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