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Lacrime altrui e nostre

Vorrei parlarvi di una comunicazione di Sòno, la startup che ho fondato e presiedo: quella che parla di uno degli obiettivi dei nostri percorsi e cioè quello di sbloccare le persone aggrovigliate, che sentono di non riuscire a venir fuori fluidamente da talune difficoltà esistenziali. Ci ha scritto con indignazione una Persona che ci ha ricordato gli individui con gravi disabilità fisiche, come la SLA,  che certo noi non potremmo sottrarre ai loro drammatici problemi fisici, neurologici. Ci siamo sentiti delle merde. Certo, non ci avevamo pensato: credevamo che il messaggio fosse auto-esplicativo. Ma non lo era. Ora, a parte scusarci con l’interessata e con tutti coloro che ne condividono le difficoltà e la giusta rabbia, questo incidente ci ricorda quanto ogni comunicazione, specie se sintetica, rischi il fraintendimento e l’offesa.

Ricordo una campagna dell’agenzia Leo Burnett, di cui ero consulente, che si basava su un’efficace idea creativa, quella di proiettare su varie parti del corpo i benefici del Grana Padano e del calcio in esso contenuto. Ebbene (e la cosa finì al Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria) nessuno – me incluso – aveva intuito che tali scritte potevano essere assimilate alla marchiatura dei corpi come quella dei bovini o (peggio) quella dei reclusi nei campi di concentramento e di sterminio nazisti (e pensare che sono ebreo e che una parte dei miei famigliari erano ‘usciti dal camino’ di Auschwitz, Birkenau, Bergen Belsen, Treblinka). Quella storia si è ripetuta. Senza dubbio si potrebbe pretendere una lettura metaforica, ma l’errore resta.

Di fatto è spesso difficile ipotizzare tutte le conseguenze del proprio dire. Ma la buona fede non basta. C’è tanto dolore nel mondo: e forse per non accrescerlo dovremmo tacere o almeno – come in questo caso – parlarne, chiedendo perdono e rammentando sempre la sensibilità degli umani, specie se già feriti dalla vita.

Credits: Carlo Dolce


Enrico Finzi, 30 Settembre 2019

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