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Prateria in fiamme

Lo avete osservato? Per decenni ha trionfato il modello dell’uomo – specie se capo – duro, severo, freddo, privo di passioni. E anche le donne apprezzate spesso erano solide, indipendenti, lievemente sprezzanti, cortesi ma algide.

Speriamo che il coronavirus si porti via – oltre a tanti, troppi morti – anche la chiusura alle emozioni, l’idea perversa che dobbiamo essere o imitare super-uomini o wonder women privi di passioni o capaci di contenerle.

Chissà che la prolungata assenza di abbracci ne rilanci l’importanza. Non solo dell’amore e degli affetti, ma anche e specialmente dei contatti fisici, delle carezze, dei baci, appunto dell’abbracciare e del venir abbracciati.

La verità è che la società di prima del Covid19 temeva l’affettuosità fisica, per quattro motivi:

– essa è non del tutto controllabile e quindi risulta sgradita al potere, fondato sull’espropriazione dei corpi quali macchine desideranti e raccontanti emozioni

– crea o conferma complicità e partnership affettiva, con ciò vulnerando l’iper-individualismo gradito a chi fa la musica

– narra della nostra debolezza strutturale come singoli, dunque del bisogno di aggrapparci agli altri, fonte di protezione e aiuto

– evoca ed esprime la domanda di calore emozionale, tanto più forte quanto più il mondo è algido, gelato, raggelante.

‘Mai più come prima’, suggerisce Sòno. ‘Scaldiamo i cuori’ fu un vecchio adagio ottocentesco: riscopriamolo, attuiamolo, sapendo che il sole caldo può anche portare a piccole ustioni o all’incendio della prateria. Un piccolo prezzo da pagare per uscire dall’ultima glaciazione.

 

Credits: Gustav Klimt


Enrico Finzi, 26 Marzo 2020

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