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Quanti sorrisi!

Nelle interazioni tra le persone rilevante è il ruolo del sorriso (al quale è dedicato un bel dossier sul numero marzolino di Mind).

Esso, certamente, può essere genuino o falso, coinvolgente o ipocrita: di solito sono gli occhi a dircelo, più che la metà inferiore del viso. E può essere dolce, tenero, empatico oppure aggressivo, sprezzante, supponente: paritario e complice o – all’opposto – espressione di senso di superiorità e comunque di distanza.

Già negli anni ’50 Elinor Goldschmied, psicoterapeuta inglese operante presso il mitico Villaggio della Madre e del Fanciullo a San Siro, mostrò sperimentalmente che le bambine e i bambini di 6-7 mesi erano in grado di distinguere tra sorrisi veri e falsi, amichevoli o no. Ridevano o sorridevano di fronte ai primi, tacevano o piangevano se incontravano i secondi.

La verità è che il sorriso ha un’origine antica, ‘darwiniana’, che ci accomuna alle grandi scimmie (a partire dagli oranghi), ma è stato poi modificato dalla cultura, acquisendo una molteplicità di sfumature. E sono queste ultime a determinarne il significato in ogni gruppo sociale.

Con un’aggiunta: il risultato del sorriso dipende non solo dall’emittente ma anche dal ricevente. Quest’ultimo può essere aperto all’invito del sorridente (e allora entrambi godranno della simpatia, alla lettera, e cioè della condivisione delle emozioni); ma a volte appare ‘difeso’, timoroso dell’intimità, sospettoso di fronte all’altrui sforzo di instaurare o accrescere una connessione.

Una comunità ricca di sorrisi può essere formale e ipocrita, come certa nobiltà dei film inglesi. In genere, però, è gentile, benevola, tollerante, civile, ‘calda’.

A riprova, le autobiografie e le testimonianze dei terroristi raccontano di una rigidità senza sorrisi o del trionfo dei sorrisi aggressivi, violenti, spregiativi del nemico.


Enrico Finzi, 5 Marzo 2020

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