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Salvare la balena

Spesso, in questa era Covid, sento molta gente dire “mi sento come una balena spiaggiata”. Col che – credo – le persone indicano due impressioni: di essere immensamente pesanti e di sentirsi bloccate fuori dal loro ambiente naturale, l’acqua.

La pesantezza è legata alla fatica del vivere, accresciuta dall’isolamento. Il blocco, specie in un contesto non abituale e semi-reclusivo, è connesso col non avvertirsi capaci di tirarsi fuori dal disagio esistenziale.

La tenera immagine di Marloes De Vries, sopra riprodotta, suggerisce metaforicamente una via d’uscita: farsi sollevare con grazia da un insieme di uccellini festosi, la cui alleanza permette ciò che sarebbe impossibile a ciascuno di loro.

Questa soluzione ha tutte le caratteristiche delle sei azioni di sblocco delle donne e degli uomini ormai incapaci di muoversi.

1) Il ricorso alla fantasia, immaginando vie d’uscita immaginifiche, non banali.

2) Il non pensare a opzioni forti, frequentemente irrealistiche, impossibili.

3) L’utilizzo di piccole spinte liberatorie, in sé insufficienti ma accessibili.

4) Il successo della molteplicità di micro-sforzi, dotati di levità.

5) Un ‘quid’ di benevola ironia e auto-ironia.

6) Il non perder mai la speranza, quella che aiuta a muovere le montagne (e le balene).

Insomma, chi intende uscire da una mortifera condizione di immobilità può certo contare sul miracolo (improbabile) di un solo mega-strumento, tipo un gigantesco trattore che riporti il cetaceo nell’oceano. Ma farebbe meglio ad affidarsi a tanti mini-comportamenti liberatori: a volte molte punture di spillo risultano più efficaci di una grande, unica bomba. Per parva ad mare.

 

Credits: Marloes De Vries


Enrico Finzi, 24 Novembre 2020

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