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Sole o soli

La solitudine, si dice spesso, è il destino maledetto dell’uomo (femmina o maschio) occidentale, magari sempre connesso ma non accompagnato. È questa, secondo me, una tesi in parte errata, per tre motivi.

Il primo è che lo starsene da soli talora è una libera scelta, espressione del desiderio di farsi compagnia, ‘sentirsi’, riflettere, approfondire, talora pregare. Essa è, in qualche modo, un’opzione rivoluzionaria, una forma di libertà e di opposizione alla vita in gruppo coatta e frequentemente inautentica.

Il secondo motivo rinvia all’obbligo sociale di riempire ogni spazio e strutturare ogni tempo: un obbligo che viene introiettato e si trasforma in ‘horror vacui’, in terrore del vuoto, del silenzio, dell’incontrollato. Tale obbligo e tale paura rendono ansiosi e strumentali i rapporti con gli altri, ridotti a riempitivo rassicurante, senza alcuna passione nell’incontro.

Il terzo ha a che fare con la ricchezza delle relazioni interpersonali, tanto maggiore quanto più – almeno da adulti – sono scelte e risultano valorizzate dalla solitudine positiva che a loro s’alterna.

Come le note musicali sono esaltate dagli intervalli di silenzio, come le luci e i colori si alternano al buio, così il nostro ‘essere con’ viene valorizzato dall”essere sola o solo con me’.

 

Credits: Fan Ho


Enrico Finzi, 7 Gennaio 2020

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