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Che noia, che barba, che noia!

La frase nel titolo fu ripetuta per anni da Sandra Mondaini nella sit com col marito (in tv e nella vita) Raimondo Vienello.

Tale frase è diventata un tormentone e viene ripetuta talora in questi giorni di semi-reclusione domestica. E la citazione serve a deplorare la sensazione di inutile vuoto, connessa all’immobilità coatta.

Una soluzione è già stata pedagogicamente indicata dai media, i quali ci hanno ripetuto e ripetono che possiamo (dobbiamo?) leggere, ascoltare musica, vedere la tv, cucinare, giocare coi bambini, dialogare finalmente coi famigliari, eccetera. Tutte indicazioni sensate, che anch’io ho espresso all’inizio.

Epperò, c’è un’altra considerazione che merita di essere proposta: in vari casi la noia è bella e feconda, talché in questo momento andrebbe valorizzata.

Il dolce far niente è come un digiuno che depura la mente dalle scorie dell’efficienza etero-diretta, degli esiti perversi del produttivismo servile e demotivato, tipico del capitalismo nell’era della marcescenza globale.

Il tedio aiuta a prender fiato, a rallentare, a fermarsi: la corsa non è un valore in sé; anzi, negativa è quella verso l’abisso della robotizzazione degli umani (quella della SA, la stupidità – non l’intelligenza – artificiale).

Non saper che fare spesso dà vita a idee nuove e geniali, fa emergere emozioni sopite, non conclude niente ma qualcosa avvia.

Godiamoci momenti di sana noia. Il potere già studia come farci ‘ripartire alla grande’. Non svoltare, non cambiare direzione, ma ‘riprendere più forti di prima’. E se il tedio spingesse molti a dire: “mai più come prima”?.

 

Credits: Dean Stuart


Enrico Finzi, 17 Marzo 2020

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