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Sperare

Parliamo di atteggiamenti verso il futuro. Non pensano al domani sia gli immediatisti, che vivono solo nel ‘qui e ora’, sia coloro che non vogliono pensarlo, poiché non possono accettare l’incertezza oppure l’idea dell’invecchiamento (identificato con la perdita della gioventù, della salute, dell’energia, delle capacità cognitive, della bellezza, dell’attrattività, dell’indipendenza, ecc.); sia, infine, coloro che temono l’idea della propria morte e – separatamente – del proprio morire, specie se ipotizzato lungo, doloroso, in solitudine o a carico di altri.

Ma anche coloro che immaginano i propri anni o decenni a venire si dividono. Troviamo coloro che guardano con ottimismo al futuro proprio e dell’umanità, convinti di poterlo forgiare, progettare e costruire. Altri, invece, lo antivedono come negativo, connotato da precarietà, impoverimento, insuccessi, malattie, lutti oltre che – per alcuni – legato alla disillusione di speranze o utopie giovanili. Altri ancora lo vivono come dura battaglia, comunque da accettare e cercar di vincere, con uno spirito all’insegna della sfida.

Ora – sulla base delle esperienze di Sòno e di svariate indagini motivazionali e campionarie – le Persone che tentano di auto-realizzarsi divenendo sé stesse hanno in genere alcune di queste caratteristiche: il realismo (“non posso sapere cosa avverrà”); il pensiero di aver ancora tempo, di non essere a fine corsa; la coltivazione della speranza; un mix di sicurezza in sé e di auto-efficacia (“mi impegnerò a costruire il mio futuro e credo che potrò farcela”); la neofilia creativa (“mi incuriosiscono il nuovo e l’ignoto e perciò ho voglia di andare a scoprire cosa ci sarà domani”); la flessibilità (“dovrò cambiare: embè?”); la certezza che un altro mondo sia sempre possibile; la convinzione di poter far conto su persone amate con cui invecchiare dandosi mutuo sostegno.


Enrico Finzi, 11 Febbraio 2020

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