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Tre solitudini

Esistono, al mondo, tre tipi di persone sole.

Il primo è quello di coloro che vivono ‘come un cane’ e si sentono abbandonati, senza alcuno che si interessi di loro e che li aiuti, con rapporti con gli altri nulli o ridotti al minimo (il barista che dà il caffè, il vigile a cui chiedere un’indicazione stradale, il vicino che saluti sulle scale).

Il secondo tipo è quello di chi ha un’esistenza sociale in famiglia, al lavoro o a scuola, con amici; ma prova ugualmente una profonda solitudine nonostante le numerose relazioni interpersonali, avverte di non esistere davvero per gli altri, capisce di venir guardato ma non visto, non si sente capito, non si confida, vive in compagnia ma murato.

Il terzo è il raggruppamento degli individui – più donne che uomini – che godono di una parziale solitudine positiva, avendo un gratificante mondo interiore nel quale amano rinserrarsi per ‘staccare’, pensare, approfondire, meditare, pregare. Per questi soggetti dedicare tempo a sé stessi, ascoltandosi e auscultandosi, è un diritto rivendicato e un piacere praticato, qualcosa di solamente proprio, intimo e profondo, spesso segreto: un forum interno ove la coscienza di espande e anche uno spazio protetto, che consente relax, scoperte di sè, scelte e revisioni critiche, immaginazione di opzioni alternative, sogni e utopie.

I primi due tipi di solitudine risultano frequentemente tragici. L’ultimo incrementa l’auto-individuazione e va vissuto opponendosi a ogni pressione sociale che miri ad annullarlo o a limitarlo nei fatti.

Avere, curare, coccolare il proprio isolamento generativo, scelto e non coatto, è sempre un atto d’opposizione feconda all’espropriazione dell’Io.

Immagine: Edward Hopper

Enrico Finzi, 26 Novembre 2019

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